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IL DOCUMENTO DI TBGM
PER LA CONSERVAZIONE DEI BOSCHI DI COLLINA
Note sulla tutela dei boschi collinari
Franco Correggia
Nel contesto del sistema dei rilievi interni piemontesi il bosco
rappresenta tuttora uno degli elementi che più fortemente
contribuiscono a caratterizzare il paesaggio. Se la superficie boschiva
ha mantenuto un'estensione non trascurabile, la qualità (sotto
il profilo naturalistico) del patrimonio forestale del territorio
in oggetto è andata incontro, nel corso dell'ultimo ventennio,
ad un preoccupante e costante scadimento. Il progressivo degrado
dei boschi collinari è dovuto principalmente ai continui
e drastici tagli a raso che, inverno dopo inverno, hanno incessantemente
eroso le associazioni forestali paranaturali di pregio (costituite
da essenze arboree autoctone, quali farnia, rovere, roverella, cerro,
carpino bianco, acero campestre, ciliegio, ontano nero, tiglio cordato,
orniello, ciavardello, faggio, pioppo bianco, pioppo tremolo, salice
bianco, etc.).
In alcune aree piemontesi tali abbattimenti generalizzati, incuranti
di ogni elementare criterio ecologico e selvicolturale, sono cresciuti
a dismisura negli ultimi anni e si registrano precisi segnali che
fanno prevedere un'ulteriore espansione di queste attività
nell'immediato futuro.
Il trattamento dei boschi locali, nella quasi totalità dei
casi, è esclusivamente in funzione dell'ottimizzazione dei
profitti immediati e del massimo sfruttamento possibile delle risorse
presenti, senza alcuna attenzione alla conservazione delle capacità
di rinnovazione del bosco e dell'integrità dell'ecosistema
forestale.
L'eliminazione sistematica di tutti gli alberi del soprassuolo (comprese
le ormai rare farnie plurisecolari, le specie non più comuni
come il tiglio selvatico, il cerro, l'orniello, il carpino bianco
e il ciavardello, le essenze relitte come il pino silvestre e il
faggio), unitamente all'uso di mezzi meccanici di grandi dimensioni
ed elevata potenza (che provocano danni irreparabili agli strati
muscinale, erbaceo e arbustivo della vegetazione) causa invariabilmente
una profonda devastazione del bosco, con stravolgimento della sua
struttura vegetazionale, della sua composizione floristica, delle
sue dinamiche ecologiche, delle sue caratteristiche edafiche, delle
sue possibilità di autorigenerazione.
I querco-carpineti, i castagneti e in genere le residue fustaie
miste di latifoglie autoctone, dopo lo stress distruttivo di tali
interventi di "ceduazione", vanno costantemente incontro
a fenomeni ingravescenti d'impoverimento floristico e di inquinamento
da robinia, che trasformano irreversibilmente le cenosi forestali
"nobili" in formazioni degradate, biologicamente povere
e del tutto banali sul piano naturalistico.
L'attività di taglio dei boschi è in genere condotta
direttamente dai proprietari dei fondi o da ditte specializzate
in modo del tutto deregolato, senza alcuna richiesta preventiva
di autorizzazione e spesso anche al di fuori dei periodi consentiti
dalla legge e dalle normative vigenti. Del resto, il controllo e
la vigilanza, da parte degli organi preposti, sulla gestione e l'utilizzazione
del patrimonio boschivo sono fortemente carenti.
In questo quadro non certo rassicurante appare di cruciale importanza
tentare di salvaguardare le porzioni di bosco collinare pregiato
fortunosamente sopravvissute, assumendo come elemento centrale e
prioritario la valenza naturalistica delle cenosi forestali. I consorzi
costituiti da specie arboree autoctone (che si tratti di fustaie
o di cedui invecchiati evolventi a fustaia) le formazioni forestali
classificabili come "paranaturali", i lembi relitti di
bosco naturaliforme devono (anche quando occupano superfici di modesta
estensione) essere sottratti ad ogni intervento potenzialmente distruttivo
e tutelati con efficaci misure di protezione. Tra queste formazioni
ricordiamo, ad esempio, i querco-carpineti mesofili degli impluvi
e dei versanti, i querceti di rovere a Physospermum cornubiense,
gli orno-querceti di roverella, i boschi di cerro, i frammenti residuali
di bosco igrofilo a dominanza di ontano nero, le stazioni relitte
di faggio e di pino silvestre, ecc.
Appare inoltre essenziale adottare le seguenti misure:
Incrementare l'elenco delle specie arboree autoctone
che non possono essere abbattute, includendo tutte le essenze legnose
di particolare significato botanico ed ecologico o comunque soggette
a declino in tempi recenti.
Superare il concetto anacronistico che porta a
definire "stramaturi" gli alberi secolari e mettere a
punto norme finalizzate alla tutela degli alberi (appartenenti a
specie di pregio naturalistico) di dimensioni imponenti.
Modificare in senso restrittivo il periodo in cui
è consentito il taglio del bosco, escludendo in particolare
il mese di ottobre (quando il bosco è ancora sede di importanti
processi vitali che interessano sia gli elementi della vegetazione
sia le componenti faunistiche) ed il mese di marzo (quando il bosco
è già in piena ripresa vegetativa).
Escludere per ogni tipo di formazione forestale
(con l'eccezione dei robinieti in purezza) la possibilità
dei tagli a raso, anche su superfici ridotte.
Programmare tempestive ed incisive modalità
di controllo e monitoraggio del territorio, con efficace e sistematica
repressione degli illeciti.
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